Non ce la faccio a pensarti lontano.
Guardo le tue foto di oggi e contemporaneamente sfoglio l’unico album che ho dedicato ai nipoti: eravate tutti piccoli. Guardo le due foto del mio matrimonio dove ci sei anche tu, ed in entrambe, quasi presagio di un legame futuro, poggiavo la mia mano sulla tua spalla. Per amore, per protezione.
Scusa, bello di zia, se, invece, non ho saputo proteggerti.
Tante volte, da quando ti sei allontanato, ho provato a scriverti, quasi a non voler interrompere quel filo su cui viaggiavano tutti i nostri sms. Ho tanti frammenti conservati, forse in attesa di te che in un attimo di calma, deciderai di leggerli.
Li avrò con me, quando saremo di nuovo insieme.
Oggi chi ti ha conosciuto, ti ricorda, ti esalta, onora la tua memoria: la memoria di “un grande”, politico, benefattore, cuore d’oro, insomma, una persona davvero speciale.
Quello che pochi sanno, e che tu eri speciale anche in altre occasioni, speciale ed allo stesso tempo ragazzo come tanti.
Ricordo tutte le volte che venivi allo studio ed avevi bisogno solo di un conforto, richiesta inespressa, ma tanto evidente tra di noi. Sempre avevi un pensiero per me: una pianta, un pupazzo, e sempre me li “piazzavi” in mano con semplicità, dicendo un semplice “zia”, con due “zeta” quasi a voler sottolineare il rapporto di sangue e di amore che ci legava. Poi mi abbracciavi e ti sedevi alla scrivania, di fronte a me. Ricordo una volta in particolare che i tuoi occhi erano tristi e mi guardavi senza parlare. Io rimasi in silenzio, e ti accarezzai la mano poggiata sulla scrivania.
Eri davvero triste.
Avevi litigato con mamma e papà a causa dello studio, e tu questo non lo potevi sopportare: mamma che non ti parlava.
Ti sentivi piccolo piccolo, inadeguato di fronte al mondo, solo perché avevi tante cose da fare ed era difficile spiegarlo a genitori tanto preoccupati per il tuo futuro.
Mi chiedesti tuo padre da ragazzo com’era. Ti cominciai a raccontare una parte della nostra infanzia e gioventù e che anche tuo padre aveva sempre qualcosa di meglio da fare piuttosto che studiare.
Tu ridevi.
Mi resi conto che ero riuscita a trasmetterti “l’umanità” di tuo padre ed a fartelo vedere come un amico del tuo cammino, e non come un intransigente genitore. Fui orgogliosa di me stessa.
Quello stesso anno, mi regalasti una stella di natale, l’unica che sia “vissuta” così tanto tempo.
Quello che non sai è che, quando subii il furto allo studio, insieme alle mie cose, anche lei è stata violata.
La trovai a terra, maltrattata da persone senza scrupoli, e soffrii tanto.
Non ho saputo curare il tuo bonsai, o, forse, è solo voluto andare via, come te, una domenica di marzo che non si cancellerà più.
Tra i messaggi conservati, ce n’è uno che dice “tanti auguri zia, ci vediamo il 6 gennaio” dell’anno 2008. Per la prima volta, avevamo organizzato tutti a casa mia ed anche se tu nutrivi del risentimento nei confronti di mio marito per cose passate, non me lo hai mai fatto pesare. Io lo sapevo benissimo, anche perché con tutto quello che mi era successo, tu non hai mai chiesto come stesse lui, ma non perdevi occasione (ed eri uno dei pochi) a chiedermi come io stessi veramente.
I regali della befana per te, Claudio, Francesco mamma e papà, non li ho mai dati. O tutti o nessuno. Ed a te non sarebbe più servito niente.
La vita è difficile, bello di zia, e solo il tuo ricordo riesce a farmi rimanere strettamente legata a lei. Ecco, tesoro mio, ancora riesci a fare del bene anche nella tua nuova dimensione.
Oggi piove. Le nuvole ti guardano in questo tuo ulteriore breve viaggio. Io ti penso.
Donatella Dinacci